Ad un certo punto non è che si possa continuare a dare craniate al muro. O ad ignorare l'elefante seduto in stanza con voi. Ad un certo punto bisogna dirselo, sinceramente e come coppia. Abbiamo un problema.
Premettendo che è una delle frasi più brutte che una persona possa sentirsi dire, la frase che fa camminare sull'orlo del precipizio. A volte porta a cambiamenti epocali nella relazione: da oggi rivoluzioniamo tutto e ci amiamo in una maniera completamente nuova, ricominciamo da noi due e sistemiamo il contorno. A volte porta a cambiamenti epocali e basta: finisce e non c'è molta più speranza di recuperare.
Io sono una grande negazionista dei problemi di coppia. Si tratta sempre di periodi, sindrome premestruale o problemi con l'università, o gelosie infondate. Ma il rapporto no, fino all'ultimo sono convinta vada bene. Fino a quando non riesco più a raccontarmele, queste pietose cazzate che dovrebbero far filare tutto liscio, ma nascondono solo la dura verità: c'è una malattia nel corpo della relazione. Tante volte in tre anni e mezzo si è riusciti a salvarla, col Rufo. Siamo stati dei bravi medici.
A volte però è terminale e diventa solo accanimento terapeutico.
A nessuno piace chiudere una fase della propria vita in cui si è stati felici, si ha amato e si è creato qualcosa di speciale. Ma poi si torna a riva. Insieme ai rifiuti. Come sulla spiaggia di Follonica.
E che puoi dire, che puoi fare? Si può provare a farsi male. Ed anche in questo io ed il Rufo siamo stati bravissimi, perché ci siamo feriti in una maniera che non credevo immaginabile. Ai limiti della dignità.
Il colpo finale: la distanza. Perché se a 500km di distanza non hai voglia di sentire la persona che per tre anni e mezzo è stato il tuo cuore e stomaco e polmoni, diventa innegabile: il problema c'è.
Non importa di chi sia stata la colpa responsabilità (lo diceva sempre il mio professore di filosofia del liceo, che il termine colpa è abusato e che solo chi si macchia di reati è colpevole di qualcosa): un po' mia, un po' sua, secondo il proporzionale, il diretto o il ballottaggio. Si è arrivati a questo. E bisogna trovare il metodo meno doloroso per farlo.
Basta enunciare cazzate come l'esistenza di metodi indolore. Non esiste la ceretta indolore, figuriamoci la fine di una relazione. In ogni caso come si fa e si fa, si sbaglia sempre. Si tratta di salvare il salvabile.
Basta anche con la cazzata del chi lascia non soffre. Chi lascia soffre esattamente come chi è stato lasciato, con la differenza che non ha la simpatia del resto del mondo, perché "l'hai lasciato tu, cosa pretendi?".
Fatto sta che ogni volta è un salto nel vuoto, un lasciarsi dietro un posto dove si è stati felici per cercare fortuna all'Ovest, come pionieri nordamericani, con tanto di carro.
Ci vuole un maledettissimo coraggio.
Magari poi, mentre si sta lì a definire le cose pratiche (perché dopo tre anni e mezzo è un divorzio), allora ci si ricorda i momenti vissuti insieme e si attesta che a parte l'ultimo periodo è stata una storia meravigliosa. Si piange un po', per un attimo balena la pazza idea di tornare insieme ("lui mi ama ancora, siamo stati così bene in passato, funzionerà!"), ma basta poco per ricordarsi che ciò che è stato è andato.
Allora dai, ci risentiamo, ok, proveremo a rimanere amici, quando farà meno male, sicuro allora, ciao, ciao, è così difficile mollarsi, già, lo so, stiamo altri due minuti, ok. Adesso basta.
Gli spietati salgonosul treno e non ritornanomai più, non sono come noiperduti antichi eroinoi due che al binario ci diciamo addio…
Tre anni e mezzo bellissimi, ma anche dolorosissimi. Grazie Rufo.
Midori